Colf in nero cosa si rischia

Il lavoro in nero in Italia è un reato di non poca importanza, della cui fattispecie se ne occupano la Guardia di Finanza (per il mancato pagamento delle tasse), i Dipartimenti Provinciali del Lavoro, l’Inps e l’Inail (per la mancata erogazione di contributi previdenziali e assicurativi). Questi quattro enti rappresentano quindi gli accertatori di eventuali situazioni lavorative non regolari.

Colf, badanti, baby sitter, collaboratrici domestiche: é enorme l’esercito delle lavoratrici e lavoratori in nero. Cosa si rischia? Chi sarà obbligato a pagare delle sanzioni in caso di accertamento del lavoro in nero? Rischia la colf oppure soltanto il datore di lavoro? Vediamo insieme di analizzare alcuni aspetti salienti.

I lavoratori domestici sono coloro che svolgono un’attività lavorativa continuativa del tipo colf, assistenti familiari o baby sitter, badanti, cuochi, camerieri; attività svolta sia presso famiglie che comunità religiose, caserme e comunità senza fini di lucro.

Cosa si rischia lavorando in nero e quali sono gli organi preposti al controllo e agli accertamenti?

INPS: chi rischia sanzioni civili e amministrative é il datore di lavoro. Per chi non comunica l’assunzione all’Inps, é prevista una sanzione amministrativa che va da 200 a 500 euro per ogni lavoratore, più una sanzione civile prevista per l’omesso pagamento dei contributi.

Direzione Provinciale del Lavoro: anche in questo caso la sanzione si applica al datore di lavoro. in caso di mancata iscrizione all’INPS, la Direzione Provinciale del Lavoro può applicare una sanzione che va da 1.500 euro a 12.000 euro per ogni lavoratore in nero. Somma che va ad aggiungersi ad altre sanzioni amministrative e civili previste contro il lavoro nero.

Guardia di finanza: questo organo si occupa solo degli accertamenti fiscali (e non di quelli relativi al lavoro nero, come INPS e Dir. Prov. del Lav.), il lavoratore potrà (eventualmente) rispondere per il maggior reddito guadagnato, che non ha dichiarato, e per le detrazioni di cui ha usufruito senza eventualmente averne diritto. La responsabilità di questa irregolarità cade anche sul datore di lavoro in quanto per la legge é “sostituto d’imposta”.

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