Titoli di stato in caso di default: ecco cosa succede

In questi giorni non si fa altro che parlare di Grecia, Grexit, uscita dall’euro e, soprattutto, rischi. La Grecia sembra avvicinarsi sempre di più al “deafult”, ossia quella specifica situazione in cui un debitore non è più in grado di pagare i suoi debiti, perchè non ha più denaro in cassa e neanche le entrate riescono a colmare la lacuna.

I debiti di uno stato sono rappresentati dai titoli di Stato, i quali vengono acquistati da:

  • cittadini;
  • banche (che comunque li rivendono ai cittadini);
  • altri Stati.

Cosa succede in caso di default, quali sono i rischi per i risparmiatori che hanno investito in titoli di quello stato?

Titoli di Stato

Come già sottolineato, il default é una situazione in cui lo stato non riesce più a pagare i propri debiti. Nel caso di titoli di stato, quindi, non riesce a pagare le cedole, nè a restituire il denaro ottenuto in prestito.

I risparmiatori perdono quindi il denaro investito? Non bisogna giungere subito a conclusioni drastica, per cui la risposta non è subito negativa.

A questo punto infatti, si instaura un delicato tentativo di restituzione del debito, nel quale intervengono anche soggetti esterni.

Cosa succede

Se lo Stato non ha denaro per pagare i suoi debiti, ha due possibilità:

  • aumentare le entrate, quindi aumentare le tasse. Un aumento della tassazione potrebbe risollevare le sorti dello stato, ma generare lo scontento delle classi a cui sarebbero imposte le tasse, soprattutto se queste sono troppo alte.
  • Emettere ulteriori titoli di stato. A questo punto il Paese emette nuovi titoli di Stato, per pagare i vecchi. I tassi di interesse dei nuovi titoli di Stato però, saranno più alti, perchè gli investitori di solito, tendono a considerare più rischioso l’acquisto di titoli di stato di un Paese in quelle condizioni, tendono quindi a chiedere per questo un tasso di rendimento più alto. A questo punto, se la situazione non viene gestisce con discernimento e attenzione, si può creare un circolo vizioso da cui è difficile uscire.

Gli stati in difficoltà, di solito, per arginare i rischi, tendono a utilizzare entrambi i metodi: da una parte si cerca di far lievitare le entrate aumentando le tasse laddove possibile; dall’altro si emettono nuovi titoli del debito pubblico.

Zona Euro

La zona Euro inoltre, permette ai suoi Paesi in difficoltà, di usufruire del Quantiative Easing della Bce, ossia un importante piano di acquisto di titoli di quello stato da parte dell’Eurotower. La presenza di questo “generoso” acquirente fa sì che i tassi di interesse dei titoli non aumentino troppo al punto da non poter essere restituiti.

D’altra parte però, il Paese diventa dipendente dell’organismo creditore: è lui che ha acquistato l’ingente somma di denaro e sarà quindi lui a dettare le leggi per la restituzione. E’ quello che è successo alla Grecia: il governo greco non riusciva più a rispondere alle pressanti richieste del debitore (l’UE) e ha deciso di indire un referendum, dove gli stessi cittadini hanno espresso la volontà di non scendere più a compromessi con il creditore.

E dopo? A questo punto dovrà essere la troika (ossia gli organi europei) a scendere a compromessi.

Se ciò non dovesse avvenire? Se non dovesse trovarsi un accordo, un punto d’incontro? A questo punto la Grecia potrebbe persino uscire dall’area euro. Quindi tornare alla dracma, riprendere la piena capacità di stampare moneta e iniziare appunto a stamparne in quantità sufficiente tale da ripagare il debito.

Semplice no? Non proprio: un aumento eccessivo e repentino della moneta in circolazione porterebbe a una crescita galoppante dell’inflazione.

Per tutte queste ragioni, la situazione in caso di default è davvero molto complessa e occorre una capacità di gestione davvero sensata e lungimirante affinchè uno stato possa uscire, illeso e vincente, da un periodo di default.

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