Lo stato di emergenza causato dal coronavirus ha dato vita a una crisi economica inattesa. Molte sono le aziende costrette a ridurre la propria attività lavorativa o addirittura a chiudere. Il governo ha pensato a degli aiuti per venire incontro ai dipendenti di queste aziende, costretti a stare a casa oppure a cui l’azienda ha diminuito l’orario di lavoro.

In questa guida completa ti spiego quali sono le misure previste dal decreto cura Italia per aiutare tutti i dipendenti, la cassa integrazione ordinaria, la cassa integrazione in deroga, il fondo di integrazione salariale, quanto si prende e chi la paga.

Come funziona

L’art. 22 del decreto Cura Italia offre alle imprese delle misure specifiche per affrontare la crisi causata dall’emergenza coronavirus:

  1. Cassa integrazione ordinaria (CIGO); possono utilizzarla anche le imprese che stanno già avvalendosi di fondi di integrazione salariale straordinari. A differenza di quanto avviene di solito, possono chiedere la CIGO anche le aziende che hanno almeno 6 dipendenti.
  2. Fondo di integrazione salariale per le imprese escluse dalla CIGO, purché l’impresa abbia almeno 6 dipendenti. Possono avvalersene anche le imprese che utilizzano già assegni di solidarietà;
  3. Cassa integrazione in deroga (CIGD), per le imprese che non rientrano nei due aiuti precedenti. Possono quindi usufruirne anche le piccole aziende che impiegano non più di 5 lavoratori subordinati.

Prima di analizzare ognuna di queste misure, vediamo una questione che sicuramente interessa il dipendente: quanto si prende durante queste misure.

Quanto si prende

Se sei in cassa integrazione (ordinaria o in deroga) o percepisci un assegno di solidarietà, hai diritto all’80% dello stipendio che avresti percepito per le normali ore.

Esempio

Supponiamo che il tuo stipendio normale sia di 1.000 euro al mese. Il tuo datore di lavoro ti riduce l’attività lavorativa del 40%, quindi ti paga solo il 60%, dunque 600 euro. I restanti 400 euro non li prenderai tutti, ma siccome sono coperti dall’aiuto statale, li prenderai all’80%, quindi 320 euro al posto di 400. In totale quindi, a causa della cassa integrazione il tuo stipendio sarà di 920 euro al mese (600 euro di stipendio + 320 euro di cassa integrazione o assegno di solidarietà).

Chi la paga

La cassa integrazione o l’assegno integrativo te lo paga direttamente il tuo datore di lavoro in busta paga. Quindi tu non devi aspettarti un assegno da parte del tuo datore di lavoro e uno da parte dell’INPS. Ti arriva tutto in un’unica busta paga come sempre.

Poi il tuo datore di lavoro chiede il rimborso all’INPS, ma a te in qualità di dipendente non interessa, perché tanto tu ricevi tutto in busta paga come sempre, alle solite scadenze.

E ora, dopo aver fatto queste doverose precisazioni, analizziamo le misure elencante nel primo paragrafo, una per una.

1. Cassa integrazione ordinaria

L’art. 19 del decreto cura Italia, prevede che, tutte le imprese che diminuiscono o bloccano l’attività lavorativa a causa della crisi, possono ottenere per i propri lavoratori la CIGO (Cassa integrazione Guadagni Ordinaria), indicando come causale della richiesta la dicitura “emergenza COVID-19 nazionale”. Se quindi hai un’attività, puoi usufruire di questo aiuto e porre i dipendenti in cassa integrazione ordinaria.

Agevolazioni: per affrontare l’emergenza coronavirus, il decreto ha semplificato molto la procedura e i documenti da presentare per la richiesta di cassa integrazione: in qualità di azienda che richiede la CIGO causa coronavirus, non devi pagare il contributo addizionale, non devi stilare la relazione tecnica, ecc.

Durata. Puoi chiedere la CIGO per i tuoi dipendenti per un massimo di nove settimane (quindi due mesi all’incirca), durante il periodo che va febbraio ad agosto 2020. Specifichiamo quindi che non puoi mettere in cassa integrazione i lavoratori da febbraio ad agosto, ma durante questo periodo puoi porli in CIGO per un massimo di nove settimane, quindi per esempio da marzo ad aprile.

Non è necessario che il lavoratore abbia anzianità lavorativa di almeno 3 mesi. L’importante è che al 23 febbraio risulti assunto. Quindi anche se lo hai assunto io 23 febbraio, puoi già porlo in CIGO.

Domanda. In qualità di azienda devi presentare la domanda all’INPS entro l’ultimo giorno del quarto mese dalla sospensione/riduzione del lavoro. Quindi se per esempio hai interrotto il lavoro il 3 marzo, puoi fare domanda di CIGO per i tuoi dipendenti entro il 31 luglio.

Suggerimento

Il decreto cura Italia prevede che, se avevi già messo i dipendenti in cassa integrazione straordinaria, puoi ottenere la sostituzione con quella ordinaria a causa dell’emergenza coronavirus.

2. Fondo integrazione salariale

Se la tua azienda non può rientrare nella CIGO e non ha attivi fondi bilaterali di solidarietà, puoi usufruire del fondo di integrazione salariale a favore dei dipendenti a cui hai dovuto ridurre o sospendere il lavoro.

È necessario che la tua azienda abbia almeno 6 dipendenti, e puoi chiedere l’accesso al fondo di integrazione solo per i dipendenti assunti da almeno 90 giorni.

Il fondo offre due possibilità ai tuoi dipendenti:

  1. Assegno di solidarietà, dedicato alle imprese con più di cinque dipendenti e con riduzione dell’attività lavorativa massimo del 60%, per un massimo di 12 mesi;
  2. Assegno ordinario, dedicato alle imprese con più di 15 dipendenti, concesso solo in caso di crisi o riorganizzazione aziendale.

Quanto si prende

Con l’assegno ordinario oppure di solidarietà, il dipendente prende l’80% dello stipendio che prende normalmente. Quindi anche se non lavori per tot ore, per quelle ore ricevi il tuo stipendio, ma all’80%.

Quindi, supponiamo che lo stipendio sia di 1.000 euro. L’azienda riduce la tua attività del 50%, quindi può pagargli solo 500 euro. I restanti 500 euro glieli versa grazie al fondo, ma non tutti, solo l’80% di 500, ossia 400 euro. Lo stipendio del dipendente quindi sarà di 900 euro (500 + 400 euro) e non 1.000.

Chi la paga

Il dipendente riceve il denaro in busta paga, sia in cassa integrazione (ordinaria, in deroga) sia in caso di assegno integrativo di solidarietà. Quindi lo stipendio lo paga l’azienda, come avviene di solito.

Poi l’azienda si rivolge all’INPS per ottenere il rimborso. Diciamo quindi che l’azienda anticipa lo stipendio al dipendente, che quindi riceve tutto in busta paga alle classiche scadenze.

3. Cassa integrazione in deroga

Tutte le aziende (comprese quelle agricole e della pesca) possono chiedere la cassa integrazione guadagni in deroga (CIGD). In questo modo i dipendenti possono usufruire della cassa integrazione in deroga, per un periodo massimo di nove settimane (quindi circa due mesi, non di più).

Attenzione

Rimangono esclusi dalla CIGD in deroga i lavoratori domestici.

Durante queste nove settimane, il dipendente matura i contributi INPS figurativi, ossia l’INPS gli accredita normalmente i contributi, dunque il periodo passato in cassa integrazione, vale come anzianità contributiva classica.

A chi spetta

Possono accedere alla cassa integrazione in deroga anche le aziende con meno di 5 dipendenti:

  1. Per le aziende meno di 6 dipendenti, non occorre l’accordo sindacale per ottenere la CIGD;
  2. Per le aziende almeno 6 dipendenti, invece l’azienda deve giungere a un accordo sindacale, da concludere anche in via telematica.

Chi la paga

Al dipendente, lo stipendio in cassa integrazione lo paga il datore di lavoro, poi quest’ultimo si fa rimborsare dall’INPS.